Ma si può essere terzisti su “1992”? Occhio al populismo penale
11 AGO 20

Al direttore - Ho visto le prime puntate della serie tv su Tangentopoli, ho visto gli ascolti notevoli, ma le ho trovate deludenti. Ritmo sì, per carità, trama buona, intreccio ottimo ma su una serie tv che prometteva di raccontare Tangentopoli, il vero fatto del 1992, mi aspettavo di essere provocato, e invece sono stato solo coccolato. Le pare normale?
Luca Taidei
Luca Taidei
Ho visto anch’io le prime due puntate su Sky e devo dire che non le ho trovate deludenti. Dal punto di vista narrativo funzionano bene – anche se dopo vent’anni di carriera sarebbe lecito aspettarsi da uno come Stefano Accorsi più di due espressioni facciali e anche se si nota molto che a differenza di “Gomorra” e “Romanzo Criminale” la sceneggiatura è (purtroppo) originale e non ha una pezza d’appoggio precedente (i dialoghi sono così così). Dal punto di vista culturale, concordo con lei, è deludente ma per una ragione: i personaggi hanno tutti un loro equilibrio, finora, la magistratura viene raccontata con tutte le sue sfaccettature, la politica pure, ma il problema è che quando parli del 1992, e quando parli di Tangentopoli, il terzismo non può funzionare: devi decidere da che parte stare, devi prendere una posizione, devi dare un taglio, e devi provocare, se necessario. Da questo punto di vista, è deludente. Per il resto, non vedo l’ora di vedere la prossima puntata.
Al direttore - I promotori del riconoscimento delle unioni gay, in particolare alcuni deputati di Forza Italia e dintorni, tenessero bene a mente il monito del cardinale Bagnasco pronunciato ieri nella prolusione al Consiglio episcopale permanente: “… Ancora una volta esortiamo l’Europa a un serio esame di coscienza sul fenomeno di occidentali che si arruolano negli squadroni della morte. Non si può liquidare la questione sul piano sociologico incolpando la mancanza di lavoro nei vari paesi: ci può essere una concausa. Il problema è innanzitutto di ordine culturale: non si può svuotare una cultura dei propri valori spirituali, morali, antropologici senza che si espongano i cittadini a suggestioni turpi. In questo senso, la cultura occidentale è minacciata da se stessa e favorisce il totalitarismo”.
Vittorio Colavitto
Capisco la provocazione ma lei mette insieme due cose che non hanno senso. Più in generale, ha senso invece quello che suggerisce Bagnasco. Ma a Bagnasco andrebbe posto un problema: la cultura occidentale favorisce il totalitarismo, ma siamo sicuri che, per dire, la chiesa di Bagnasco possa considerarsi un baluardo credibile contro i totalitarismi per esempio di natura islamista? Molti dubbi.
Al direttore - Aumenta il numero delle persone investite e ammazzate da auto in corsa, spesso guidate da giovani, ubriachi, drogati o stranieri senza patente, che poi scappano senza nemmeno soccorrere. Quando va loro male, se la cavano con pochi giorni di carcere, per lo più ai domiciliari, salvo poi continuare a fare la stessa cosa, perché attualmente non vi è reato di omicidio stradale pur essendo favorevole il ministro competente. I cittadini si chiedono il perché non viene emanato – tra i tanti – un apposito decreto legge per rendere reato penale gli omicidi stradali.
Mario De Florio
Mario De Florio
Decreto o non decreto, mi sembra che il ddl severo del governo su questo tema abbia, come capita spesso con Renzi, una doppia chiave di lettura. Un reato come l’omicidio stradale è quanto di più possibile odioso ma se l’obiettivo è diminuire la percentuale di omicidi stradali l’introduzione di nuove fattispecie penali rischia di essere solo una trovata populistica. Per l’omicidio stradale come per qualsiasi altro reato, grave o meno grave, ciò che conterebbe davvero non è il populismo penale ma è la certezza delle pene e delle sanzioni già esistenti. Lo ha detto tempo fa anche il ministro della Giustizia Andrea Orlando: “Una legislazione animata da populismo penale può produrre contraccolpi pesanti sulla sicurezza del paese”. Forse, su questo punto, servirebbe un supplemento di riflessione.